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Il diavolo di Mergellina

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Il Diavolo di Mergellina a Napoli, un posto assoluto, ricoperto dalle leggende, che si tramandano ai posteri oralmente, raccontando loro di personaggi ed accadimenti, in un’atmosfera ancestrale.
Alcune di esse però appaiano sfocate, non trovando più passaggio nelle voci popolari, che tramandano di vicolo in vicolo, le storie di Napoli antica.
A differenza della narrativa di Matilde Serao, però, che con il suo ostinato ,continuo racconto ,consente ai lettori moderni di non dimenticare il Diavolo di Mergellina, rappresentato nella chiesa di Santa Maria del Parto, in Napoli, dove campeggia la tela di San Michele che scaccia il demonio, dipinta nella prima metà del Cinquecento da Leonardo Grazia da Pistoia.
La leggenda narra la storia di una giovane fanciulla appartenente ad una famiglia aristocratica di Napoli, madonna Isabella, che non conosce l’amore, e se ne orna come se fosse un vestito prezioso.
Donna misteriosa, crudele, ammaliatrice, dall’istinto calcolato, fu oggetto di desiderio e causa di disgrazie di molti uomini dell’epoca.
La leggenda narra infatti della passione di Diomede Carafa, in cui il suo cuore fu soffocato e di come riuscì a liberarsi dalla tentazione di quella donna fatale, che lo aveva affascinato ed umiliato e che sembra acquietarsi solo per un’attimo, quando donna Isabella dichiara la corrispondenza dei suoi sentimenti al suo ostinato pretendente.
Ma l’amore fu di breve durata non appena la fanciulla prende possesso delle sue facoltà: un’altra
vittima ha destato il suo interesse, è Giovanni Verrusio , amico e compagno di infanzia del Carafa.
Sconforto e sofferenza piegano l’onore di Messer Carafa, la passione diviene folle a tal punto che decide di ordinare un quadro: il pittore avrebbe dovuto dipingere un demonio terrificante, con il volto di una donna bellissima, in questo modo avrebbe visto insieme al sembiante angelico della sua amata, anche un immondo demone tentatore, verso il quale provare solo raccapriccio.
Il quadro fu quindi commissionato a Leonardo Grazia da Pistoia e raffigura un giovane bello
che calpesta il diavolo, al quale il pittore, ha dato una magnifica testa di donna.
Fu solo così che Messer Carafa si liberò dal male.
A questo punto è doveroso ricordare oltre alla narrazione di Matilde Serao, un’altra leggenda napoletana che narra di come la più bella cortigiana della Napoli cinquecentesca, Vittoria d’Avalos , fosse innamorata di un bel giovane biondo, bello come l’Arcangelo Michele: Diomede Carafa, un nobile da poco ordinato sacerdote ed il cui destino era quello di diventare vescovo di Ariano Irpino.
Secondo la leggenda la donna si reca da Don Carafa e gli dichiara il suo amore appassionato.
In un primo momento il giovane sacerdote sprofonda in un periglioso tormento: come sfuggire al demonio alle sue fattezze della più incantevole creatura?
La tentazione è forte ,lo divora, ma alla fine riesce a vincere la lusinga di quel demone e per ringraziare Dio di averlo mantenuto puro, ordina ad un suo amico pittore, Leonardo da Pistoia, un quadro che vuole essere un ex voto per il grande pericolo superato.
Il sacro prende così la sua rivincita sull’amore peccaminoso e celebra il suo trionfo.

Il Carafa a testimonianza di questo fece anche scrivere in basso al dipinto “Et Fecit Victoriam Halleluia 1542 Carafa”, dove il termine ‘victoriam’ allude alla vittoria di San Michele sul demonio ma anche al nome della nobildonna.
Donna Isabella, come Vittoria D’Avalos, esprimono nella sua totalità l’idea del fascino irresistibile legato a quell’archetipo di donna divorante, di amore come ossessione e di passione sposata all’annullamento e alla morte.

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