C’è stato un tempo in cui per costruire un giocattolo non servivano batterie, applicazioni o sofisticati dispositivi elettronici. Bastavano una bottiglia di plastica, un palloncino e una manciata di fagioli secchi.
Chi è cresciuto a Napoli tra gli anni Ottanta e Novanta probabilmente lo ricorda ancora. Era ’o sparafasùl, uno dei più semplici e ingegnosi passatempi dell’infanzia napoletana.
Un oggetto rudimentale, realizzato in pochi minuti, che nelle mani di un bambino diventava un piccolo cannone, una fionda tascabile e soprattutto il protagonista di interminabili sfide tra amici.
Che cos’era ’o sparafasùle
Il suo nome deriva dall’unione delle parole napoletane sparà, cioè sparare, e fasùl, fagiolo. Letteralmente, quindi, significava “sparafagioli”.
La struttura era estremamente semplice. Si utilizzava una parte di una bottiglia di plastica, generalmente quella superiore con il collo, sulla quale veniva fissato un palloncino opportunamente tagliato.
Il palloncino funzionava come una piccola membrana elastica. All’interno della bottiglia si inseriva il fagiolo, si tirava indietro la gomma e poi la si lasciava andare. L’energia accumulata nel palloncino proiettava il fagiolo in avanti.
Non tutti utilizzavano gli stessi “proiettili”. A seconda di ciò che si trovava in casa, potevano essere adoperati:
- fagioli secchi;
- ceci;
- palline di carta;
- piccoli pezzi di mollica compressa;
- noccioli o altri oggetti leggeri.
Ogni quartiere, e forse ogni gruppo di amici, aveva la propria variante.
Un giocattolo nato dalla fantasia
’O sparafasùl non si comprava. Si costruiva.
Era proprio questo uno degli aspetti più affascinanti. Prima ancora di giocarci, bisognava trovare il materiale, tagliare la bottiglia e capire come fissare il palloncino affinché non si staccasse al primo colpo.
Non esistevano tutorial su YouTube. La tecnica passava da un bambino all’altro, dai fratelli maggiori ai più piccoli, dai cortili alle strade dei quartieri.
Qualcuno aveva imparato a costruirlo da un cugino. Qualcun altro aveva semplicemente osservato un amico più grande. Era una forma spontanea di trasmissione del sapere infantile, fatta di imitazione, tentativi e piccoli miglioramenti.
Il risultato poteva essere più o meno potente. C’erano sparafasùl improvvisati che lanciavano il fagiolo a pochi metri e autentici “modelli da competizione”, costruiti con palloncini più resistenti e capaci di sorprendere per forza e precisione.
I giochi nei cortili e nei vicoli di Napoli
Negli anni Ottanta e Novanta, molti bambini napoletani trascorrevano una parte consistente del proprio tempo fuori casa.
Si giocava nei cortili dei palazzi, sui marciapiedi, nei vicoli, nei parchi e negli spazi che la città lasciava liberi. Bastavano pochi amici per trasformare un luogo qualsiasi in un campo di calcio, una pista per le biglie o il teatro di una battaglia immaginaria.
’O sparafasùl apparteneva a quella stessa cultura.
Non aveva un regolamento preciso. Si potevano scegliere dei bersagli, organizzare gare di distanza oppure provare a colpire lattine, cartoni e bicchieri di plastica. Inevitabilmente, però, finiva anche nelle piccole guerre tra bande di amici, con agguati e fughe tra un portone e l’altro.
Oggi può apparire un passatempo poco prudente. Un fagiolo lanciato con forza poteva fare male, soprattutto se colpiva il viso o gli occhi. E infatti non mancavano rimproveri, palloncini sequestrati e genitori che, appena scoprivano quel piccolo arsenale artigianale, ne ordinavano immediatamente la distruzione.
Quando il divertimento costava pochissimo
La storia dello sparafasùl racconta anche una maniera differente di vivere l’infanzia.
Non è necessario idealizzare il passato: i giochi erano spesso più rischiosi e la sicurezza veniva considerata molto meno di oggi. Tuttavia, esisteva una straordinaria capacità di trasformare gli oggetti quotidiani.
Una bottiglia non era soltanto un contenitore. Poteva diventare un cannone giocattolo. Un tappo poteva trasformarsi in una pedina. Un cartone diventava una porta da calcio e una strada poco trafficata poteva ospitare un intero pomeriggio di giochi.
Il valore dell’oggetto non dipendeva dal suo prezzo, ma dalle possibilità che la fantasia riusciva a intravedere.
Un nome che appartiene alla memoria orale
È difficile trovare una documentazione ufficiale sulle origini dello sparafasùl. Non era un prodotto industriale e non aveva un inventore conosciuto. Apparteneva alla cultura orale e materiale dei bambini.
Anche il suo nome può cambiare nella scrittura: sparafasùl, sparafasul oppure, più semplicemente, sparafagioli. La forma napoletana conserva però tutta la forza evocativa del gioco.
Basta pronunciarla davanti a chi ha vissuto quell’epoca per riaprire improvvisamente un cassetto della memoria: il rumore secco del palloncino, la ricerca dei fagioli nella cucina della mamma, la bottiglia tagliata e nascosta prima che qualche adulto la scoprisse.
Un piccolo reperto dell’infanzia napoletana
Oggi ’o sparafasùl è quasi scomparso. Sono cambiati i giocattoli, gli spazi urbani e soprattutto il modo in cui bambini e ragazzi trascorrono il tempo libero.
Eppure ricordarlo non significa soltanto abbandonarsi alla nostalgia. Significa recuperare un frammento di storia quotidiana napoletana: quella che raramente entra nei libri, ma rimane impressa nella memoria di intere generazioni.
’O sparafasùl era povero nei materiali, ma ricchissimo di inventiva. Rappresentava un’infanzia capace di costruire il divertimento con quello che aveva a disposizione.
Una bottiglia tagliata, un palloncino e un fagiolo potevano bastare per sentirsi protagonisti di una grande avventura.
E voi lo ricordate? Come lo costruivate e che cosa utilizzavate al posto dei fagioli? Raccontateci i vostri ricordi: ogni testimonianza può aiutarci a conservare un altro piccolo pezzo della Napoli di un tempo.
Avvertenza: questo articolo racconta un gioco del passato esclusivamente come testimonianza della cultura popolare. Il lancio di piccoli oggetti può provocare lesioni, in particolare agli occhi, e non deve essere riprodotto come giocattolo per bambini.
