Napoli non nasce italiana, non nasce nemmeno romana. Nasce greca, e lo resta per undici secoli buoni, tanto che ai tempi dell’imperatore Augusto i romani stessi la consideravano un’isola di lingua e cultura ellenica in mezzo all’Italia meridionale. Di quella città oggi non restano templi interi né agorà a cielo aperto, ma chi cammina per il centro storico ci passa sopra ogni giorno senza saperlo: sotto la basilica di San Lorenzo Maggiore, dentro la facciata di San Paolo Maggiore, in un angolo di Piazza Bellini.
Da Partenope a Neapolis: due fondazioni, non una
La storia comincia a Cuma, sul litorale flegreo, dove verso l’VIII secolo a.C. approdano i primi coloni greci provenienti dall’Eubea. È da Cuma, non da Napoli, che parte tutto: i cumani cercano di allargare il controllo sul golfo (che gli antichi chiamavano kratèr) e per farlo, verso la metà del VII secolo a.C., fondano un primo insediamento sull’isolotto di Megaride, l’attuale Castel dell’Ovo, e sul promontorio di Pizzofalcone. Lo chiamano Partenope, dal nome della sirena a cui la leggenda lega la nascita della città.
Partenope vive e prospera per un paio di secoli, poi entra in crisi quando Cuma si scontra con gli Etruschi per il controllo del Tirreno, tra il 524 e il 514 a.C. Non è chiaro se la città venga abbandonata del tutto o continui a vivere in una forma ridotta: gli storici discutono ancora su questo punto. Quello che sappiamo con più certezza arriva nel 474 a.C., quando la flotta cumana, alleata con quella di Siracusa guidata da Ierone I, sconfigge definitivamente gli Etruschi. Con il controllo del golfo ristabilito, i cumani fondano poco più a est del vecchio insediamento una città nuova: la chiamano, appunto, Neapolis. Il vecchio nucleo di Partenope, nel frattempo, prende il nome di Palepolis, “città vecchia”, quasi a marcare simbolicamente il passaggio di consegne.
Una città disegnata a tavolino
Neapolis non cresce in modo spontaneo: viene progettata secondo i canoni dell’urbanistica greca classica, sul modello di Ippodamo di Mileto, lo stesso schema geometrico usato in molte colonie della Magna Grecia. Tre grandi strade parallele attraversano la città da est a ovest — i greci le chiamano plateiai, i romani le ribattezzeranno decumani — e vengono tagliate ad angolo retto da strade più strette, gli stenopoi, che diventeranno i cardini. Non è un dettaglio da manuale di archeologia: quella griglia esiste ancora oggi, ed è la ragione per cui passeggiare tra via dei Tribunali e Spaccanapoli significa, senza saperlo, ripercorrere esattamente le strade di 2.500 anni fa.
Attorno alla città correva una cinta muraria imponente, costruita in blocchi di tufo incastrati a secco, senza malta, secondo una tecnica costruttiva tipicamente greca (i romani, più avanti, useranno la malta, e la differenza si riconosce ancora oggi osservando i resti). Su queste mura si aprivano in origine nove porte; di quelle ancora riconoscibili nella città moderna restano Port’Alba, Porta Capuana, Porta Nolana e Porta San Gennaro. All’interno, la vita pubblica ruotava attorno all’agorà e a un’organizzazione politica che aveva tratti sorprendentemente democratici per l’epoca: un’assemblea popolare, la boulè, e magistrati scelti per sorteggio tra i cittadini, un sistema chiamato demarchia. Nel giro di pochi secoli la popolazione passa da circa ottomila abitanti a trentamila, un numero enorme per gli standard dell’epoca.
Il I secolo dopo Cristo: greca sotto Roma
Ed è qui che la storia prende una piega meno scontata. Nel 326 a.C. Neapolis stringe un trattato con Roma che le garantisce un’autonomia rarissima per una città conquistata: mantiene le proprie leggi, la propria moneta, e soprattutto la propria lingua. Passano secoli, Roma diventa un impero, eppure Neapolis continua a parlare greco, a vestire alla greca, a organizzare la vita cittadina secondo istituzioni greche. Gli scrittori latini lo notano e lo raccontano: Virgilio sceglie proprio l’area di Napoli come rifugio dagli affari e dal rumore di Roma, tanto da esservi sepolto secondo la tradizione; Stazio, poeta napoletano di lingua e cultura profondamente greca, celebra nei suoi versi le tradizioni della sua città natale.
Nel 2 d.C. l’imperatore Augusto istituisce a Neapolis i giochi Sebasta (dal greco sebastós, “augusto”), competizioni ginniche, atletiche e culturali che si tengono ogni cinque anni e che per prestigio vengono paragonate ai giochi olimpici. Si alternano con la Lampadoforia, un’altra gara tradizionale in onore della sirena Partenope. Per ospitare questi eventi la città si dota di teatri, un ginnasio, uno stadio, un ippodromo, e un santuario dedicato al culto di Augusto nell’area dell’attuale Piazza Nicola Amore. È il periodo in cui Neapolis diventa quella che i romani chiamano “città dell’otium”: lungo la costa verso Pozzuoli sorgono le ville dei nobili romani in cerca di pace e di clima mite, la stessa dove secondo la tradizione soggiornarono anche Claudio e Nerone.
È proprio a questo secolo, il I dopo Cristo, che risalgono le tracce archeologiche più leggibili che possiamo visitare oggi: il macellum sotto San Lorenzo Maggiore e il tempio dei Dioscuri sotto San Paolo Maggiore, di cui parliamo tra poco, appartengono esattamente a questa fase, quella in cui Napoli era amministrativamente romana ma restava, nell’anima, una città greca.
Dove vedere ancora oggi la Napoli greca
Gli scavi di San Lorenzo Maggiore.
È il punto di partenza obbligato per chiunque voglia toccare con mano la Neapolis antica. Sotto la basilica, scendendo circa dieci metri rispetto al livello stradale attuale, si cammina dentro quella che fu l’agorà greca del V secolo a.C., trasformata in età romana nel foro cittadino. Il cuore del percorso è il macellum, il mercato pubblico del I secolo d.C.: un grande porticato rettangolare con botteghe (le tabernae) disposte lungo un antico cardo, un cortile centrale dove si trovava una fontana a forma di piccolo tempio circolare (il tholos), e un criptoportico coperto dove veniva custodito l’aerarium, il tesoro pubblico della città. Gli scavi, iniziati nel 1976, hanno riportato alla luce una stratificazione più unica che rara: città greca, foro romano e persino un edificio di epoca normanna, uno sopra l’altro, nello stesso punto esatto della città per oltre duemila anni.
Il tempio dei Dioscuri, sotto San Paolo Maggiore.
A pochi passi da San Lorenzo, in quella che era l’area dell’agorà, sorgeva un tempio dedicato a Castore e Polluce, i Dioscuri, gemelli figli di Zeus venerati come protettori della città. Il tempio, costruito nel I secolo d.C., portava sulla facciata un’iscrizione in lingua greca che ricordava i due liberti imperiali di origine orientale che ne avevano finanziato la costruzione. Resistette quasi intatto fino al terremoto del 1688, che ne fece crollare il frontone e sei delle otto colonne. Le due colonne corinzie superstiti, alte undici metri, sono state incorporate nella facciata della basilica seicentesca di San Paolo Maggiore, dove si possono ammirare ancora oggi: uno dei pochissimi punti di Napoli in cui un monumento greco-romano è rimasto visibile in superficie, senza bisogno di scendere sottoterra.
Le mura greche di Piazza Bellini.
Il ritrovamento più curioso, perché avvenuto per puro caso: nel 1954, durante l’installazione di una cabina elettrica, gli operai si imbatterono in un tratto delle mura difensive di Neapolis, risalenti al V-IV secolo a.C. I resti, ancora oggi visibili nell’angolo nord-ovest della piazza, facevano parte di una torre annessa a una delle porte cittadine, quella che si apriva sul decumano maggiore. È forse il modo più semplice per chiunque visiti Napoli di vedere della pietra autenticamente greca senza pagare un biglietto: basta sedersi a uno dei tanti locali della piazza e guardarsi intorno.
Altre tracce sparse in città.
Le mura greche riemergono a frammenti anche altrove: in via Foria, in via Costantinopoli, in via Mezzocannone, in corso Umberto e in via Duomo. A Forcella si conserva un cippo, resto di un’antica porta cittadina, mentre altri tratti di muratura sono stati individuati a Piazza Cavour, a Piazza Calenda e persino inglobati nelle fondamenta di Palazzo Saluzzo di Corigliano, in Piazza San Domenico Maggiore. Nessuno di questi punti da solo racconta molto, ma messi insieme disegnano il perimetro della città greca meglio di qualsiasi mappa.
Informazioni pratiche: visitare gli scavi di San Lorenzo Maggiore
Il Complesso Monumentale di San Lorenzo Maggiore, in Piazza San Gaetano 316, è aperto tutti i giorni dalle 9:30 alle 17:30. Il biglietto intero costa 9 euro; la tariffa ridotta, 7 euro, è riservata a possessori di Artecard, docenti, universitari, over 65 e forze dell’ordine; gli under 18 pagano 6 euro, mentre l’ingresso è gratuito per i bambini sotto i 6 anni. Le visite guidate, facoltative, hanno un supplemento di 2 euro a persona (1 euro dai 6 ai 14 anni) e seguono orari prestabiliti sia in italiano che in inglese. Nei periodi di maggiore affluenza l’accesso può essere consentito solo in gruppo accompagnato da guida. Le tariffe possono subire variazioni in occasione di mostre temporanee, quindi vale sempre la pena controllare il sito ufficiale del complesso prima di organizzare la visita.
Domande frequenti
Chi fondò Neapolis?
Neapolis fu fondata dai coloni greci di Cuma, gli stessi che circa due secoli prima avevano dato origine a Partenope. Le fonti antiche, da Strabone a Tito Livio, concordano tutte su questa origine cumana.
Perché Napoli si chiamava Neapolis?
Perché fu fondata come “città nuova” (questo il significato letterale del nome greco) accanto al primo insediamento di Partenope, che nel frattempo aveva preso il nome di Palepolis, cioè “città vecchia”.
Qual è la differenza tra Partenope e Neapolis?
Sono due fondazioni distinte separate da circa due secoli: Partenope nasce a metà del VII secolo a.C. su Pizzofalcone e Megaride, Neapolis viene fondata più a est intorno al 470 a.C., dopo il declino di Partenope, come nuovo e più grande insediamento fortificato.
Come si chiamava Napoli ai tempi dei greci?
Prima Partenope, poi, dopo la rifondazione, Neapolis. Il nome Partenope non scompare mai del tutto: sopravvive nella tradizione popolare e ancora oggi i napoletani vengono chiamati “partenopei”.
Cosa c’è di greco visibile oggi a Napoli?
Il tracciato stradale del centro storico, che ricalca ancora l’impianto urbanistico greco; le mura di Piazza Bellini; il macellum e l’agorà negli scavi di San Lorenzo Maggiore; le due colonne del tempio dei Dioscuri incorporate nella facciata di San Paolo Maggiore; e diversi frammenti murari sparsi tra via Foria, via Duomo, corso Umberto e altri punti del centro.
Perché Napoli restò una città greca anche sotto i romani?
Grazie a un trattato del 326 a.C. che le garantì un’autonomia amministrativa rara, Neapolis conservò per secoli lingua, istituzioni e costumi greci anche dopo essere entrata nell’orbita di Roma, al punto da essere considerata dagli stessi romani un’enclave di cultura ellenica in Italia.


