Eh sì, quello che oggi usiamo senza neanche pensarci, a Napoli si chiama così per la sua somiglianza estetica e meccanica con il tram, ma in versione verticale. E non si tratta solo di fantasia: il termine tram a muro nasce da una realtà storica.
Per capire il trammamuro, bisogna mettere da parte l’idea di un tram che sferraglia su rotaie lungo il corso Vittorio Emanuele e immaginarlo “aggrappato” a un muro. Questo perché la parola, con l’inconfondibile doppio “mm” che quasi richiede uno sforzo di pronuncia, descrive proprio l’ascensore. I primi modelli di ascensore somigliavano davvero a piccoli tram ristretti, chiusi tra quattro pareti.
Il napoletano, che ama semplificare e al tempo stesso arricchire ogni cosa, ha guardato quel montacarichi con occhi creativi e lo ha battezzato: tram a muro, diventato poi “‘o trammamuro” per quella magia linguistica che solo qui sappiamo fare.
Un primato nascosto: l’ascensore nacque (quasi) a Napoli
C’è un altro dettaglio curioso, poco noto anche a molti napoletani. Prima ancora dei modelli ottocenteschi diffusi in città, un antenato dell’ascensore vide la luce nel Regno delle Due Sicilie con oltre un decennio di anticipo sui brevetti internazionali più celebri. Commissionata l’11 gennaio 1844 dal re Ferdinando II e completata nel maggio del 1845, l’architetto Gaetano Genovese, con la collaborazione dell’allievo architetto Carmelo Gargiulo, realizzò per la Reggia di Caserta la cosiddetta “sedia volante”: un sistema meccanico verticale in legno, azionato a braccia tramite un sistema di ruote dentate, pensato per risparmiare ai reali borbonici la fatica delle ripide scalinate del palazzo.
Un dettaglio che rende la storia ancora più sorprendente: quel prototipo napoletano precedette di ben tredici anni il sistema di sicurezza brevettato nel 1857 dall’americano Elisha Otis, a cui viene comunemente attribuita l’invenzione dell’ascensore moderno. Un primato tutto partenopeo che pochi conoscono, e che racconta ancora una volta quanto ingegno si nasconda dietro l’apparente semplicità del “tram a muro”.
L’origine linguistica del termine
C’è poi un altro dettaglio curioso legato all’etimologia. Il termine tram ha un’origine incerta, ma per i napoletani è sempre stato un suono: quello dello sferragliare, delle ruote che girano e degli ingranaggi che si muovono. Quando l’ascensore ha fatto capolino nei palazzi napoletani, quello stesso sferragliare è stato trasferito nella nuova invenzione. Ed ecco che il tram diventa “a muro” e il movimento orizzontale si trasforma in verticale: una vera rivoluzione linguistica, oltre che tecnologica.
Il trammamuro non è solo un termine. È uno specchio della mentalità napoletana, capace di prendere un’invenzione e renderla familiare, vicina, e persino poetica — proprio come accade con tanti altri proverbi e modi di dire napoletani, dove la lingua diventa lo specchio più fedele di un’identità.
L’ascensore della Sanità: un simbolo cittadino
Pensiamo all’ascensore della Sanità, attivo dal 1932 e oggi considerato un pezzo di storia. Due cabine di acciaio che per anni hanno collegato il ponte della Sanità con il cuore pulsante del rione. Anche in quel caso, c’erano delle sedie al suo interno, quasi a dire: “Aspetta, siediti e goditi la corsa”. Chiuso, riaperto, e amato dai napoletani, quell’ascensore rappresenta più di un mezzo di trasporto: è un simbolo della capacità di adattare la modernità alla nostra cultura, dandole un nome che racconta tutto.
Ricorda che dietro quel viaggio di pochi secondi c’è una storia fatta di re, ingegneri e tanta inventiva popolare. E se capiti a Napoli, fermati a osservare un momento quei vecchi palazzi con ascensori arrugginiti, sentendo in testa lo sferragliare di un tram che invece di viaggiare lungo i binari, sale.
