Un portale a cura di Marco Ilardi

’O sapunaro a Napoli: storia dell’uomo che scambiava sapone con roba vecchia

sapunaro Venditore ambulante con saponette su carretto
Di cosa parla questo articolo
’O sapunaro era un antico venditore ambulante napoletano che percorreva vicoli e quartieri offrendo sapone in cambio di stracci, vestiti, scarpe e oggetti usati. Il suo lavoro alimentava una vera economia del riuso: i tessuti venivano selezionati e rivenduti anche per la produzione della carta, mentre abiti e masserizie potevano essere riparati e rimessi in commercio. Da questo mestiere deriva il detto «Ccà ’e pezze e ccà ’o sapone», ancora oggi usato per indicare uno scambio immediato e trasparente.
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Prima che il recupero degli oggetti diventasse una scelta ambientale, nei vicoli di Napoli esisteva già una piccola economia fondata sul riuso. A tenerla in movimento era ’o sapunaro, venditore ambulante, raccoglitore di stracci e commerciante di cose usate.

Passava sotto i balconi annunciandosi con un richiamo riconoscibile. Le donne scendevano o calavano dai piani alti ciò che non serviva più: abiti consumati, scarpe rotte, lenzuola, utensili, stoviglie e piccoli oggetti domestici. In cambio ricevevano sapone per il bucato, generi di poco valore oppure, in alcuni casi, denaro.

Definire il sapunaro un semplice robivecchi, però, sarebbe riduttivo. Il suo lavoro collegava le abitazioni popolari, il commercio ambulante, i mercati dell’usato e le attività che recuperavano tessuti e materiali. Dietro il suo carretto si nascondeva una filiera molto più organizzata di quanto possa sembrare.

Chi era ’o sapunaro napoletano

Il termine napoletano sapunaro corrisponde all’italiano “saponaro” e, in senso generale, indica chi produce o vende sapone. A Napoli la parola assunse un significato particolare: identificava soprattutto l’ambulante che offriva sapone in cambio di stracci, indumenti e masserizie usate.

La merce più ricercata non era necessariamente quella che aveva maggiore valore agli occhi della famiglia. Una camicia ormai inutilizzabile, un lenzuolo strappato o una tela consunta potevano ancora essere selezionati e rivenduti come materiale da recupero. Anche gli oggetti domestici danneggiati potevano trovare un compratore nei mercati popolari oppure essere smontati per riutilizzarne alcune parti.

Il sapunaro doveva quindi saper valutare velocemente ciò che gli veniva proposto. Osservava il tipo di tessuto, il peso, lo stato degli oggetti e la possibilità di ricavarne qualcosa. La trattativa avveniva sul posto e aveva quasi sempre un valore modesto, ma la somma di molti piccoli scambi costituiva il guadagno della giornata.

Le origini del sapunaro tra storia e tradizione

Gli articoli dedicati a questo mestiere fanno generalmente risalire la sua origine al Quattrocento e alla presenza dei monaci olivetani nella zona di Monteoliveto. Secondo la tradizione, i religiosi producevano un sapone di buona qualità e lo barattavano con mobili, suppellettili e materiali necessari al monastero vicino alla chiesa oggi conosciuta come Sant’Anna dei Lombardi.

Questo racconto è profondamente radicato nella memoria cittadina, ma va presentato con una precisazione: le fonti divulgative lo ripetono quasi sempre senza indicare un documento quattrocentesco che descriva direttamente il primo sapunaro. È quindi più corretto considerarlo una ricostruzione tradizionale dell’origine del mestiere, non la cronaca certa di un episodio fondativo.

L’antichità e la fama del sapone napoletano, invece, trovano riscontri più ampi. Nella seconda parte del Don Chisciotte, pubblicata nel 1615, Miguel de Cervantes menziona una pallina di sapone napoletano utilizzata durante la rasatura di Don Chisciotte. Il riferimento dimostra che il prodotto era conosciuto anche fuori dal Regno di Napoli e associato alla cura della persona.

Nel corso dei secoli il nome del prodotto finì per identificare chi lo portava di strada in strada. Il venditore di sapone divenne raccoglitore di stracci; il raccoglitore di stracci si trasformò in commerciante di roba usata. Le diverse attività finirono così per sovrapporsi.

Come lavorava il sapunaro nei vicoli di Napoli

La giornata cominciava presto. Il sapunaro attraversava i quartieri seguendo un percorso che tendeva a ripetersi, perché la clientela imparava a riconoscere i giorni e gli orari del suo passaggio. Non aveva bisogno di insegne: la sua pubblicità era la voce.

I richiami cambiavano da un venditore all’altro. Tra le formule tramandate compaiono inviti a consegnare “robba vecchia”, “panne viecchie” e “scarpe vecchie”, seguiti dalla parola sapunaro allungata per farsi sentire anche ai piani più alti.

Il grido non serviva soltanto ad annunciare una presenza. Faceva parte del paesaggio sonoro di Napoli, insieme alle voci dell’acquaiolo, dell’arrotino, del venditore di frutta, del solachianiello e degli altri ambulanti. Dal tono e dalla cadenza gli abitanti riuscivano spesso a capire chi stesse passando senza affacciarsi.

Quando arrivava una cliente, iniziava la valutazione. Il sapunaro controllava la merce, proponeva una quantità di sapone e aspettava la risposta. La contrattazione poteva durare qualche minuto, soprattutto quando una delle due parti attribuiva agli oggetti un valore superiore a quello riconosciuto dall’altra.

Che cosa raccoglieva e che cosa dava in cambio

Il sapunaro accettava soprattutto materiali che potevano essere rivenduti, riparati, trasformati o raggruppati in quantità sufficienti. Tra gli oggetti raccolti figuravano:

  • stracci, tele e ritagli di tessuto;
  • camicie, lenzuola e abiti smessi;
  • scarpe e cappelli consumati;
  • sedie, piccoli mobili e suppellettili;
  • utensili da cucina;
  • piatti, pentole e stoviglie danneggiate;
  • corde, sacchi, coperte e materiali da soffitta.

Il compenso dipendeva dal periodo e dalla qualità di ciò che veniva consegnato. Il sapone rimase il prodotto più caratteristico, tanto da dare il nome al mestiere. In seguito entrarono nello scambio piatti, bacinelle, utensili economici e piccoli generi alimentari. Quando la merce aveva un valore riconoscibile, poteva essere acquistata direttamente con pochi soldi.

Non tutto finiva sul banco di un mercatino. I vestiti ancora utilizzabili potevano essere puliti, rammendati e rivenduti. Gli oggetti venivano riparati oppure ceduti ad altri artigiani. Gli stracci, invece, seguivano una strada diversa.

La destinazione degli stracci: dal vicolo alla produzione della carta

Una delle testimonianze più interessanti si trova in Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, opera diretta da Francesco de Bourcard e pubblicata nel 1853.

Nel capitolo dedicato al cenciaiuolo, scritto da Francesco Mastriani, l’ambulante viene descritto mentre percorre anche le strade più appartate offrendo sapone, lupini, carrube e piccoli pastori di terracotta in cambio di cenci. Alla sera separava i materiali raccolti distinguendo tela, mussolina e altre qualità di tessuto.

Nel testo si precisa che il valore degli stracci veniva calcolato soprattutto in base alla quantità. Mastriani indica persino un prezzo di riferimento di due grana al rotolo. Il materiale raccolto alimentava poi i magazzini collegati alla fabbricazione della carta, che prima della diffusione industriale della pasta di legno veniva prodotta anche utilizzando fibre tessili.

Questa testimonianza permette di capire meglio la funzione economica del sapunaro. Non raccoglieva oggetti senza una destinazione precisa: effettuava una prima selezione e li immetteva in circuiti commerciali differenti. Gli stracci diventavano materia prima, gli abiti entravano nel mercato dell’usato e le masserizie potevano essere riparate o rivendute.

La descrizione ottocentesca usa prevalentemente il termine cenciaiuolo, ma nello stesso volume le parole cenciaiuolo e saponaro compaiono come denominazioni vicine, talvolta riferite alla medesima attività. È una prova della sovrapposizione esistente tra i due mestieri. La fonte storica è consultabile nell’edizione digitalizzata di Usi e costumi di Napoli e contorni.

Il rapporto con le donne e i bambini del quartiere

Le principali interlocutrici del sapunaro erano le donne che amministravano la casa e conservavano biancheria, indumenti e oggetti ormai inutilizzati. Per loro il baratto offriva un vantaggio immediato: liberare spazio e ricevere un prodotto necessario per il bucato.

Mastriani racconta che le donne consegnavano generalmente tessuti più puliti e meglio conservati rispetto ai bambini, chiedendo in cambio un cartoccio di sapone. La contrattazione aveva anche un lato sociale: il venditore conosceva le famiglie, scherzava con le clienti e diventava una presenza abituale nel quartiere.

I bambini portavano piccoli brandelli di stoffa, fazzoletti logori o pezzi di grembiule. In cambio cercavano di ottenere lupini, carrube oppure un pastorello di terracotta da mettere nel presepe. Il commercio del sapunaro cambiava quindi con le stagioni e, nel periodo natalizio, poteva incrociare la tradizione presepiale napoletana.

È un dettaglio quasi assente nei racconti contemporanei, ma restituisce una scena concreta: intorno al venditore non si radunavano soltanto adulti impegnati in una trattativa. Il suo arrivo richiamava anche i bambini del vicolo, pronti a cercare in casa uno straccio da trasformare in una piccola ricompensa.

Il carretto, le ceste e la scafarea

Il corredo del sapunaro variava in base all’epoca e alle possibilità economiche. I più modesti si muovevano con due ceste o con un sacco portato sulla spalla. Altri utilizzavano una carrettella sulla quale sistemavano il sapone e caricavano progressivamente la roba raccolta.

Nelle ricostruzioni della tradizione compare spesso la scafarea, descritta come un recipiente di terracotta dalla forma simile a un tronco di cono. Vi veniva conservato il cosiddetto sapone di piazza, generalmente morbido e destinato soprattutto al bucato.

Quando gli scambi cominciarono a includere stoviglie e bacinelle, alcuni sapunari furono chiamati anche piattari. La nuova denominazione non indicava necessariamente un mestiere del tutto diverso, ma l’adattamento dello stesso commercio ambulante alle richieste della clientela.

Il carretto diventava così un piccolo emporio mobile. Da un lato conteneva ciò che il venditore offriva; dall’altro accoglieva una quantità imprevedibile di panni, ferri, scarpe, stoviglie e oggetti recuperati durante il giro.

“Ccà ’e pezze e ccà ’o sapone”: significato del detto napoletano

Al mestiere del sapunaro è legato uno dei modi di dire napoletani più conosciuti:

“Ccà ’e pezze e ccà ’o sapone.”

Letteralmente significa “qui gli stracci e qui il sapone”. L’espressione richiama il momento in cui le due merci venivano consegnate contemporaneamente: da una parte le pezze, dall’altra la quantità di sapone concordata.

Oggi il detto viene usato per chiedere uno scambio immediato, chiaro e senza promesse rinviate. Può indicare il pagamento contestuale alla consegna oppure, in senso più ampio, un accordo nel quale ognuno deve rispettare subito la propria parte.

La frase conserva la struttura essenziale del baratto. Non servono ricevute, credito o garanzie future: la correttezza dello scambio è visibile nelle mani dei due contraenti.

Perché “sapunaro” divenne anche un termine dispregiativo

Nel napoletano popolare sapunaro e sapunariello assunsero anche un significato ironico o negativo. Le parole potevano indicare una persona poco competente, trasandata o abituata a concludere lavori in maniera approssimativa.

L’origine di questa accezione va cercata nella posizione sociale attribuita al mestiere. Il sapunaro non produceva gli oggetti che commerciava e non apparteneva a una corporazione artigiana dotata del prestigio riconosciuto a falegnami, sarti o fabbri. Viveva di compravendita, valutazioni rapide e materiali già usati. Bastava una trattativa particolarmente astuta perché gli venissero attribuite scarsa affidabilità o poca perizia.

Questo giudizio, però, racconta soprattutto i pregiudizi dell’epoca. Per esercitare il mestiere servivano conoscenza dei materiali, memoria dei prezzi, capacità di contrattazione e una rete di compratori ai quali destinare quanto raccolto.

Il sapunaro nella poesia napoletana

La voce del sapunaro entrò anche nella letteratura dialettale. Francesco Mastriani lo inserì nel suo ritratto della Napoli popolare ottocentesca, riconoscendogli una funzione precisa nella raccolta dei tessuti destinati alla produzione della carta.

Edoardo Nicolardi gli dedicò versi nei quali il richiamo “Sapunaro!” accompagna la fatica quotidiana di un uomo costretto a trascinare il proprio carretto anche quando il corpo non riesce più a sostenerne il peso. Il mestiere perde così il colore folcloristico e mostra la sua parte più dura: povertà, stanchezza, malattia e assenza di protezioni.

Anche Giovanni Capurro, autore delle parole di ’O sole mio, riprese la voce dell’ambulante e il suo invito ad aprire le orecchie. La poesia ha conservato ciò che le fotografie non potevano registrare: il ritmo del richiamo, la sua ripetizione agli angoli delle strade e il modo in cui quella voce entrava nella vita del quartiere.

Dal sapunaro al robivecchi

Il mestiere cambiò insieme alla città. Il sapone artigianale fu progressivamente sostituito da prodotti fabbricati e distribuiti su scala industriale. Le famiglie cominciarono ad acquistare i detergenti nei negozi, mentre il denaro prese definitivamente il posto del baratto.

Il sapunaro si avvicinò così alla figura del robivecchi. Il sapone scomparve quasi del tutto dalla trattativa e rimasero la raccolta di mobili, ferri, abiti e oggetti domestici. In altri casi l’ambulante divenne piattaro, rigattiere o commerciante nei mercati dell’usato.

A determinare la scomparsa della figura tradizionale contribuirono anche il cambiamento delle abitudini domestiche, i nuovi sistemi di raccolta dei rifiuti, l’aumento dei prodotti a basso costo e la progressiva riduzione della convenienza economica nel riparare gli oggetti.

La sua funzione, tuttavia, non è scomparsa completamente. Sopravvive nei mercatini, nei negozi dell’usato, nella raccolta dei metalli, nei servizi di sgombero e nelle piattaforme digitali sulle quali vengono venduti mobili e vestiti già utilizzati. Sono attività diverse, ma rispondono alla stessa domanda: trovare un nuovo proprietario a ciò che per qualcun altro ha cessato di essere utile.

Un protagonista dimenticato dell’economia del riuso

Chiamare il sapunaro “ecologista” sarebbe anacronistico. Non raccoglieva stracci per difendere l’ambiente, ma per guadagnarsi da vivere. Il risultato concreto del suo lavoro, però, era la riduzione degli sprechi.

Ogni oggetto veniva osservato in base al suo possibile impiego successivo. Un abito poteva essere rivenduto, una sedia riparata, un utensile recuperato, un pezzo di stoffa trasformato in carta. Lo scarto definitivo rappresentava l’ultima possibilità, non la prima.

Il sapunaro occupava il gradino più umile di questa economia, ma svolgeva il compito indispensabile della raccolta. Camminava, chiamava, contrattava e riuniva quantità di materiali che, presi singolarmente, avrebbero avuto un valore quasi nullo.

La sua storia mostra una Napoli capace di costruire mestieri intorno a ogni necessità. Anche gli stracci avevano un mercato, una destinazione e qualcuno disposto a portarli via.

Domande frequenti sul sapunaro napoletano

Che cosa significa sapunaro?

Sapunaro è la forma napoletana di saponaro. A Napoli indicava il venditore ambulante che offriva sapone e altri piccoli prodotti in cambio di stracci, vestiti e oggetti usati.

Perché il sapunaro raccoglieva gli stracci?

Gli stracci potevano essere divisi per tipologia e rivenduti. Le fibre tessili venivano impiegate anche nella fabbricazione della carta, mentre gli abiti ancora utilizzabili entravano nel mercato dell’usato.

Che cos’era il sapone di piazza?

Era un sapone tradizionale, generalmente morbido e destinato al bucato. Il sapunaro ne trasportava piccole quantità da consegnare durante il baratto.

Che cosa significa “Ccà ’e pezze e ccà ’o sapone”?

Il detto significa che lo scambio deve avvenire subito e in modo trasparente: da una parte vengono consegnati gli stracci, dall’altra il sapone concordato.

Qual è la differenza tra sapunaro e robivecchi?

Il sapunaro era identificato principalmente dal baratto del sapone. Il robivecchi acquistava o raccoglieva oggetti usati, spesso pagando in denaro. Con il tempo le due figure finirono per sovrapporsi.

Quando è scomparso il sapunaro?

La figura tradizionale diminuì progressivamente durante il Novecento, con la diffusione dei saponi industriali, dei negozi moderni e delle nuove modalità di raccolta e smaltimento degli oggetti domestici.

Gli spaghetti alla sapunariello sono legati all’antico mestiere?

La denominazione del piatto appartiene a una storia gastronomica successiva, legata secondo alcune ricostruzioni a un cuoco soprannominato “Saponaro”. Non costituisce una prova sull’origine dell’antico mestiere e i due argomenti non vanno confusi.

 

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