Un portale a cura di Marco Ilardi

Femminielli napoletani: storia, significato e tradizioni di una figura unica di Napoli

Ritratto di donna con ventaglio e abito floreale
Di cosa parla questo articolo
I femminielli sono una delle figure più particolari della cultura popolare napoletana. Presenti storicamente soprattutto nei quartieri popolari, hanno avuto un ruolo sociale riconosciuto e sono legati a riti e tradizioni come la figliata, la tombola e la Candelora di Montevergine. La loro storia attraversa inoltre momenti cruciali della città, fino alla partecipazione di alcuni femminielli alle Quattro Giornate di Napoli del 1943. Una figura complessa che non può essere sovrapposta automaticamente alle moderne categorie di orientamento sessuale e identità di genere.
Facebook
Twitter

Ci sono parole che possono essere tradotte facilmente e altre che, una volta portate fuori dal luogo nel quale sono nate, perdono una parte essenziale del proprio significato. Femminiello appartiene alla seconda categoria.

Il femminiello napoletano non è soltanto una figura della tradizione, ma una presenza profondamente legata alla storia sociale e antropologica di Napoli. Per secoli i femminielli sono stati presenti soprattutto nei vicoli e nei quartieri popolari della città, dove potevano assumere un ruolo riconosciuto all’interno della comunità.

Attorno ai femminielli napoletani si è inoltre formato un universo di credenze, riti e tradizioni: dalla tombola alla celebre figliata, fino al pellegrinaggio verso il santuario di Montevergine.

Ma la loro storia contiene anche episodi meno conosciuti. Alcuni femminielli parteciparono, per esempio, alla resistenza popolare durante le Quattro Giornate di Napoli del settembre 1943.

Per comprendere davvero chi fossero bisogna quindi entrare nella Napoli dei quartieri popolari e osservare una realtà che difficilmente può essere spiegata utilizzando soltanto le categorie contemporanee.

Chi sono i femminielli napoletani?

Nella tradizione napoletana il termine femminiello è stato utilizzato per indicare persone assegnate al sesso maschile alla nascita che esprimevano pubblicamente un’identità e una presenza sociale associate al femminile.

Questa definizione, però, racconta soltanto una parte della storia.

Il tratto più interessante del femminiello era infatti il suo inserimento nella comunità. Nei quartieri popolari non rappresentava necessariamente una presenza estranea o nascosta. Poteva essere conosciuto dagli abitanti del vicolo, partecipare alla vita collettiva e assumere funzioni specifiche all’interno della comunità.

È proprio questa dimensione sociale a rendere il fenomeno napoletano particolarmente interessante dal punto di vista storico e antropologico.

Il femminiello apparteneva al quartiere e il quartiere, almeno in una certa misura, riconosceva il femminiello.

Cosa significa femminiello in napoletano?

La parola femminiello, in napoletano femminiéllo, deriva dalla radice di “femmina”, alla quale viene associato un suffisso diminutivo.

Limitarsi alla traduzione letterale sarebbe tuttavia fuorviante.

Nel contesto napoletano il termine ha acquisito nel tempo un significato culturale preciso e indica una figura tradizionale della società partenopea. Per questo tradurre semplicemente femminiello con termini come “omosessuale”, “travestito” o “transgender” rischia di cancellare una parte importante del suo significato storico.

Il termine appartiene infatti a uno specifico contesto culturale e non trova una perfetta corrispondenza nelle categorie utilizzate oggi per descrivere orientamento sessuale e identità di genere.

Femminiello, omosessuale e transgender sono sinonimi?

No. Femminiello, omosessuale e transgender non sono sinonimi.

“Femminiello” appartiene a uno specifico contesto storico e culturale napoletano, mentre omosessualità e transgender fanno riferimento a concetti differenti relativi rispettivamente all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

Naturalmente le esperienze individuali possono essere molto diverse. Alcune persone che in passato sarebbero state identificate dalla comunità come femminielli potrebbero oggi riconoscersi in altre definizioni, mentre altre possono continuare a utilizzare il termine tradizionale.

Ciò non significa però che le categorie siano intercambiabili.

Interpretare una realtà popolare formatasi in un contesto storico diverso esclusivamente attraverso definizioni contemporanee rischierebbe di semplificarne eccessivamente la complessità.

Femminiello e “ricchione”: due termini da non confondere

Nel parlare della storia e del linguaggio popolare napoletano può comparire anche la parola “ricchione”, termine tradizionalmente utilizzato per riferirsi in maniera dispregiativa a un uomo omosessuale.

È importante chiarire che “femminiello” e “ricchione” non sono sinonimi.

Il primo identifica una figura con una propria specificità culturale e sociale all’interno della tradizione napoletana. Il secondo, invece, è stato utilizzato nel linguaggio comune soprattutto come appellativo riferito all’omosessualità maschile e ha assunto nel tempo una forte connotazione offensiva e discriminatoria.

Anche l’uso delle due parole poteva quindi avere un valore sociale differente. Definire qualcuno femminiello poteva indicarne un ruolo riconosciuto all’interno della comunità, mentre ricchione poteva essere utilizzato per deridere, insultare o stigmatizzare una persona sulla base del suo orientamento sessuale reale o presunto.

La presenza di questo termine nel dialetto e nella cultura popolare non deve perciò essere interpretata come prova di una società priva di omofobia. Al contrario, aiuta a comprendere una delle contraddizioni della Napoli del passato: forme di riconoscimento e integrazione dei femminielli potevano convivere con pregiudizi e discriminazioni nei confronti dell’omosessualità.

Oggi “ricchione” è generalmente considerato un termine offensivo. In un racconto storico può essere citato e spiegato, come in questo caso, ma è opportuno non utilizzarlo per definire una persona se non all’interno di una precisa contestualizzazione linguistica, storica o documentaria.

Le origini dei femminielli a Napoli

Stabilire quando sia comparsa per la prima volta questa figura non è semplice.

La presenza, in numerose società e periodi storici, di persone che assumevano ruoli o espressioni di genere differenti dalle convenzioni dominanti ha favorito interpretazioni che cercano origini molto antiche anche per il femminiello napoletano.

Occorre però distinguere la storia documentabile dalle suggestioni.

Sono state proposte connessioni con antichi culti mediterranei caratterizzati da sacerdoti o figure rituali che superavano la tradizionale separazione fra maschile e femminile. Il fascino di queste ipotesi è evidente, soprattutto in una città dalla stratificazione culturale millenaria come Napoli.

Non esiste tuttavia una semplice linea genealogica documentata che permetta di affermare con certezza che il femminiello napoletano discenda direttamente da una specifica figura religiosa dell’antichità.

La sua identità storicamente riconoscibile appartiene soprattutto alla cultura urbana e popolare napoletana.

Il femminiello nei vicoli e nei quartieri popolari di Napoli

Per comprendere questa figura bisogna immaginare la struttura sociale della Napoli precedente alle grandi trasformazioni urbane del secondo Novecento.

Nei quartieri popolari la vita privata e quella pubblica erano molto meno separate di oggi. Porte, bassi, balconi, cortili e vicoli costituivano un unico grande spazio sociale.

In questo ambiente il femminiello poteva diventare una presenza conosciuta da tutti.

Le ricerche antropologiche sui femminielli dei quartieri popolari napoletani evidenziano proprio l’importanza del contesto nel quale questa identità si sviluppava.

Non si trattava necessariamente di un’accettazione priva di discriminazioni. La società napoletana rimaneva attraversata da pregiudizi e contraddizioni.

Esisteva però uno spazio sociale nel quale il femminiello poteva avere una propria riconoscibilità.

Perché si dice che i femminielli portassero fortuna?

Nella tradizione popolare napoletana ai femminielli veniva attribuito anche un valore beneaugurante.

La loro presenza poteva essere considerata propizia in particolari occasioni e questo legame con la fortuna aiuta a comprendere perché fossero coinvolti in giochi, feste e rituali.

Il femminiello occupava simbolicamente una posizione particolare rispetto alle tradizionali categorie del maschile e del femminile e, proprio per questa sua peculiarità, poteva essere investito dalla cultura popolare di significati speciali.

È in questo ambiente che acquistano senso tradizioni apparentemente enigmatiche come la figliata e la tombola.

Il parto dei femminielli: la celebre “figliata”

Una delle tradizioni più sorprendenti associate ai femminielli napoletani è la figliata, conosciuta anche come parto dei femminielli.

Si trattava della rappresentazione rituale e teatrale di una gravidanza e di un parto.

Il femminiello interpretava la partoriente mentre le persone presenti partecipavano alla scena assumendo differenti ruoli. Il rito terminava simbolicamente con la nascita del bambino.

Naturalmente non si trattava di un parto reale.

Era una rappresentazione collettiva nella quale il ribaltamento dei ruoli diventava spettacolo, rito e occasione di socialità.

Che significato aveva la figliata dei femminielli?

La figliata può essere letta attraverso diversi livelli.

C’è innanzitutto quello carnevalesco: nella rappresentazione il femminiello assume simbolicamente il ruolo della madre e ciò che biologicamente appare impossibile diventa possibile nello spazio rituale.

Esiste poi la dimensione comunitaria. La figliata non era uno spettacolo osservato a distanza: coinvolgeva le persone presenti e trasformava temporaneamente lo spazio quotidiano in un piccolo teatro popolare.

Infine c’è il tema della fertilità e della nascita, elementi ricorrenti nei riti propiziatori di moltissime culture.

È proprio l’intreccio fra teatralità, superstizione, identità e partecipazione collettiva a rendere il parto dei femminielli uno degli aspetti più affascinanti di questa tradizione.

La tombola dei femminielli

Un altro elemento della cultura femminiella è la tombola dei femminielli, collegata alla più ampia tradizione napoletana della tombola e della Smorfia.

In alcune forme contemporanee viene chiamata anche tombola scostumata o tombola vajassa.

Il gioco non consiste semplicemente nell’estrazione dei numeri. Chi conduce la tombola interpreta i significati della Smorfia attraverso battute, doppi sensi, racconti e improvvisazioni spesso irriverenti.

Il risultato è una forma di teatro popolare nella quale il pubblico diventa parte dello spettacolo.

Ancora una volta emerge una caratteristica ricorrente della cultura dei femminielli: la capacità di trasformare la quotidianità attraverso ironia, rappresentazione e ribaltamento delle convenzioni.

Che numero fa il femminiello nella Smorfia napoletana?

Una delle ricerche più frequenti sul tema riguarda il numero del femminiello nella Smorfia napoletana.

Qui è necessaria una precisazione: la Smorfia non possiede un unico repertorio storico ufficiale e immutabile. Esistono varianti e associazioni popolari differenti.

Per questo motivo è preferibile diffidare delle equivalenze presentate come universalmente valide senza indicarne la tradizione o la fonte. La stessa cultura della Smorfia si è sviluppata attraverso trasmissioni popolari, interpretazioni e repertori non sempre coincidenti.

Femminielli e Montevergine: perché salgono da Mamma Schiavona?

Uno dei rapporti più profondi fra femminielli, religiosità popolare e territorio campano conduce fuori da Napoli, sul Monte Partenio, al santuario della Madonna di Montevergine.

Ogni anno, in occasione della Candelora del 2 febbraio, pellegrini e partecipanti raggiungono il santuario per rendere omaggio alla Madonna venerata con il nome popolare di Mamma Schiavona.

La celebrazione è diventata particolarmente legata alla comunità LGBTQ+ e alla tradizione dei femminielli.

La leggenda dei due amanti salvati dalla Madonna

A spiegare simbolicamente questo legame è soprattutto una leggenda popolare.

Secondo il racconto, due giovani uomini sorpresi insieme sarebbero stati condannati dalla comunità e lasciati sul monte, legati a un albero ed esposti al gelo.

La Madonna avrebbe però avuto pietà di loro e li avrebbe salvati.

Come spesso accade nella cultura popolare, storia, leggenda e devozione si sovrappongono. Il racconto non deve essere letto come una cronaca storicamente dimostrata, ma aiuta a comprendere perché Mamma Schiavona sia diventata nel tempo un potente simbolo di accoglienza.

La Candelora e la juta dei femminielli

Il pellegrinaggio del 2 febbraio è conosciuto anche come juta dei femminielli, dove juta significa “andata”, salita, pellegrinaggio.

Musica, tammorre, canto, danza e devozione accompagnano l’arrivo al santuario.

La Candelora di Montevergine rappresenta una caratteristica della religiosità popolare campana: la capacità di far convivere la liturgia cristiana con forme di devozione, musica e ritualità sviluppatesi nel corso del tempo all’interno delle comunità locali.

Per i femminielli questa salita ha assunto un valore identitario oltre che religioso.

I femminielli nelle Quattro Giornate di Napoli

Esiste una pagina molto meno conosciuta della loro storia.

Tra il 27 e il 30 settembre 1943, durante le Quattro Giornate di Napoli, la popolazione insorse contro l’occupazione tedesca.

Alla rivolta parteciparono uomini, donne, ragazzi e anche alcuni femminielli.

Le testimonianze raccolte negli anni successivi ricordano in particolare la loro presenza nella zona di San Giovanniello e Piazza Carlo III, dove alcuni contribuirono alla costruzione delle barricate e agli scontri contro gli occupanti.

Vincenzo ‘o femminiello

Tra le figure ricordate nelle testimonianze compare Vincenzo ‘o femminiello, personaggio conosciuto nel rione San Giovanniello.

Secondo i racconti raccolti decenni dopo, Vincenzo partecipò alla costruzione delle barricate utilizzate per impedire l’ingresso dei tedeschi nel quartiere.

La storia è particolarmente significativa perché mostra un aspetto spesso dimenticato della figura del femminiello.

Non soltanto protagonista di feste, superstizioni e rituali, ma componente effettiva della comunità urbana, coinvolta anche nei momenti drammatici della sua storia.

Il contributo dei femminielli alle Quattro Giornate rimase a lungo ai margini della narrazione ufficiale e la sua ricostruzione si basa anche sulla memoria orale dei quartieri.

La Tarantina e la memoria dei femminielli di Napoli

Tra i nomi legati alla memoria contemporanea dei femminielli compare La Tarantina, al secolo Carmelo Cosma.

La sua vicenda attraversa una parte importante della Napoli del Novecento ed è diventata una testimonianza della trasformazione della cultura femminiella.

Storie come quella della Tarantina sono preziose perché permettono di spostare lo sguardo dalle definizioni astratte alle vite concrete.

Dietro la parola “femminiello” esistono infatti persone, quartieri, relazioni, difficoltà e strategie quotidiane di sopravvivenza.

I femminielli oggi esistono ancora?

La figura tradizionale del femminiello non è scomparsa completamente, ma il contesto sociale nel quale era nata è profondamente cambiato.

La trasformazione dei quartieri, il mutamento dei rapporti familiari, una maggiore conoscenza delle identità di genere e la nascita dei movimenti LGBTQ+ hanno modificato il modo nel quale le persone definiscono se stesse.

Già nel corso del secondo Novecento il mondo dei vicoli nel quale il femminiello aveva avuto una funzione sociale specifica ha iniziato a trasformarsi.

Per questo chiedersi “come si chiamano oggi i femminielli?” non ha una risposta unica.

Alcune persone potrebbero definirsi transgender, altre utilizzare definizioni legate al proprio orientamento sessuale, altre ancora continuare a riconoscersi nella parola femminiello.

Sono concetti diversi e, soprattutto, la definizione della propria identità appartiene alla persona che la vive.

Perché il femminiello è una figura profondamente napoletana?

Forse il punto più interessante non è stabilire in quale moderna categoria inserire il femminiello, ma chiedersi perché questa figura abbia trovato proprio a Napoli uno spazio culturale così riconoscibile.

Una possibile risposta si trova nella particolare struttura sociale dei quartieri popolari.

Per secoli Napoli ha vissuto una dimensione collettiva molto intensa. Il vicolo era contemporaneamente strada, cortile, luogo di lavoro, spazio dello spettacolo e prolungamento della casa.

Le persone erano osservate dalla comunità, ma allo stesso tempo potevano trovare all’interno di quella stessa comunità una funzione e una forma di riconoscimento.

Il femminiello rappresenta una delle espressioni più caratteristiche di questa complessa realtà sociale: una persona che poteva collocarsi al di fuori delle convenzioni di genere dominanti dell’epoca senza essere necessariamente estranea alla comunità nella quale viveva.

Tra accettazione e discriminazione: un mito da ridimensionare

Raccontare la storia dei femminielli come prova di una Napoli da sempre completamente tollerante sarebbe una semplificazione.

La loro integrazione non significava necessariamente uguaglianza.

I femminielli potevano essere riconosciuti e accettati in determinati ruoli e contemporaneamente subire marginalizzazione, povertà, discriminazione, violenza o esclusione familiare.

Questa distinzione è fondamentale.

Il valore storico dell’esperienza napoletana non consiste nell’immaginare un passato privo di discriminazioni, ma nell’osservare come persone che si collocavano al di fuori delle convenzioni di genere dominanti fossero riuscite comunque a costruirsi uno spazio riconoscibile all’interno di determinati contesti popolari.

È una realtà molto più complessa, e proprio per questo più interessante, della semplice contrapposizione fra tolleranza e intolleranza.

Una figura sospesa tra sacro e profano

Poche figure raccontano le contraddizioni e la complessità di Napoli come il femminiello.

Nella sua storia convivono religione e superstizione, devozione mariana e teatralità, marginalità e appartenenza, identità e convenzioni sociali, fortuna e sofferenza.

La figliata trasforma simbolicamente il femminiello in madre. La tombola trasforma i numeri in racconti. La Candelora trasforma un pellegrinaggio religioso in un momento di identità collettiva.

Persino la partecipazione alle Quattro Giornate mostra quanto questa figura fosse radicata nella vita concreta dei quartieri.

È forse proprio questa capacità di collocarsi sulla soglia tra mondi differenti a spiegare perché il femminiello sia sopravvissuto così a lungo nell’immaginario napoletano.

Domande frequenti sui femminielli napoletani

Che vuol dire femminiello?

Femminiello è un termine della cultura napoletana utilizzato storicamente per indicare persone assegnate al sesso maschile alla nascita che esprimevano un’identità o una presenza sociale associate al femminile. Il termine possiede però un significato sociale e antropologico specificamente legato alla cultura napoletana.

Chi erano i femminielli a Napoli?

Erano figure presenti soprattutto nei quartieri popolari napoletani e potevano essere pienamente riconoscibili all’interno della vita del vicolo. Alla loro presenza erano associate tradizioni, feste e rituali popolari.

Che cos’è il parto dei femminielli?

Il parto o figliata dei femminielli è una rappresentazione rituale nella quale un femminiello simula una gravidanza e un parto. È una tradizione caratterizzata da teatralità, partecipazione collettiva e ribaltamento simbolico dei ruoli.

Perché i femminielli vanno a Montevergine?

La tradizione dei femminielli è legata al santuario della Madonna di Montevergine e in particolare alla Candelora del 2 febbraio. La Madonna, popolarmente chiamata Mamma Schiavona, è al centro di una devozione associata nel tempo anche all’accoglienza delle diversità.

Femminiello significa omosessuale?

No. Il termine femminiello non è sinonimo di omosessuale. L’omosessualità riguarda l’orientamento sessuale, mentre femminiello identifica una figura appartenente alla tradizione culturale napoletana.

Femminiello significa transgender?

Non esattamente. Il femminiello appartiene a uno specifico contesto storico e antropologico napoletano e non può essere automaticamente sovrapposto alle moderne categorie relative all’identità di genere.

Come si chiamano oggi i femminielli?

Non esiste una definizione moderna unica. Alcune persone possono continuare a riconoscersi nel termine femminiello, mentre altre utilizzano differenti definizioni relative alla propria identità di genere o al proprio orientamento sessuale. Non è quindi corretto sostituire automaticamente “femminiello” con una categoria contemporanea.

I femminielli parteciparono alle Quattro Giornate di Napoli?

Esistono testimonianze sulla partecipazione di alcuni femminielli all’insurrezione del settembre 1943, in particolare nell’area di San Giovanniello. Viene ricordato anche Vincenzo ‘o femminiello, che avrebbe contribuito alla costruzione delle barricate contro gli occupanti tedeschi.

Il femminiello, una storia che appartiene a Napoli

Ridurre il femminiello a una curiosità folkloristica significherebbe perdere la parte più interessante della sua storia.

I femminielli raccontano infatti qualcosa di più profondo sul modo in cui Napoli ha costruito nei secoli le proprie comunità.

Sono stati personaggi dei vicoli, protagonisti di riti, interpreti della cultura popolare e, in alcuni momenti, persino partecipanti agli eventi che hanno segnato la storia della città.

Alcune delle tradizioni che li circondavano sono cambiate o quasi scomparse. Altre, come la Candelora di Montevergine, continuano a vivere assumendo significati nuovi.

Resta soprattutto una parola difficilmente traducibile fuori da Napoli.

E forse non è un caso.

Perché dietro quella parola non c’è soltanto un’identità: c’è un pezzo della storia sociale, religiosa e popolare della città.

© RIPRODUZIONE VIETATA

È vietato che l’ articolo, se non in sua parte (non superiore al decimo), sia copiato in altro sito.
Per la citazione o riproduzione degli articoli e dei documenti pubblicati in questo sito, anche in caso di pubblicazione di un estratto parziale, è sempre obbligatoria l’indicazione della fonte e/o l’inserimento di un link diretto alla pagina di riferimento.

Altri articoli che potrebbero interessarti